Acqua dolce · Cyprinidae

Wakin

Carassius auratus var. Wakin

Difficoltà: Facile Media Pacifico, gregario, nuotatore veloce e molto competitivo sul cibo

Il Wakin è il pesce rosso tradizionale giapponese: corpo allungato da pesce rosso comune e coda doppia corta. Nella livrea rosso-bianca è il Sarasa Wakin, da non confondere con la cometa sarasa.

Wakin (Carassius auratus var. Wakin)
Asturio Cantabrio · CC BY-SA 4.0 · Fonte
Miniatura: Wakin (Carassius auratus var. Wakin)

Parametri di allevamento

pH7–8
Temperatura15–24 °C
GH6–20 °d
KH4–12 °d
Dimensione adulta15–30 cm
Vasca minima200–400 L
ComportamentoPacifico, gregario, nuotatore veloce e molto competitivo sul cibo
RiproduzioneOvipara e prolifica, senza cure parentali: la frega si innesca con il riscaldamento primaverile dell'acqua e uova e avannotti vanno protetti dai genitori, che li divorano
In breve: È fra i pesci rossi più rustici e resistenti al freddo, ma cresce molto e nuota veloce: la difficoltà non è tenerlo in vita, è dargli abbastanza acqua.

Wakin

Il Wakin è il pesce rosso tradizionale giapponese: ha il corpo allungato e robusto del pesce rosso comune, ma una coda doppia e corta, a tre o quattro lobi. È la forma da cui, secondo l’opinione più diffusa fra gli allevatori, discendono le varietà “fancy” a coda doppia, dal Ryukin all’oranda; è anche, allo stesso tempo, uno dei pesci rossi più rustici che esistano, adatto al laghetto quanto il comune e la cometa.

In Italia lo si incontra quasi sempre con un altro nome. Il Sarasa — o “sarasa wakin”, o “sarasa kometa” nei listini più fantasiosi — è il pesce rosso rosso e bianco che si vede nei laghetti e nelle vasche da giardino, con macchie vermiglie ben delimitate su fondo candido, un po’ come una piccola carpa koi. Sarasa non è però una varietà: è il nome della livrea, e la stessa livrea esiste sul wakin, sulla cometa e su molte altre forme. Conviene chiarirlo subito.

Wakin, Sarasa, Cometa: mettere ordine nei nomi

Wakin (和金) in giapponese significa letteralmente “pesce rosso giapponese”: 和 wa, “giapponese”, e 金 kin, l’oro di kingyo, “pesce d’oro”. Il nome nacque quando arrivarono le varietà nuove a corpo tondo, come il ryukin, per distinguere da quelle il pesce rosso “di casa”. Designa una forma: corpo di pesce rosso comune, coda doppia corta.

Sarasa (更紗) è la parola giapponese per il tessuto di cotone stampato a motivi, il chintz, arrivato in Giappone dall’India con i commerci marittimi. Nel mondo del pesce rosso il termine si è ristretto a un significato preciso: la livrea a macchie rosse e bianche, il kōhaku dei giapponesi, la combinazione più amata e più premiata nelle esposizioni. È lo stesso principio del “calicò” dello Shubunkin, anch’esso un tessuto stampato, che nei pesci rossi indica però la livrea screziata a più colori su scaglie perlacee. Sarasa vuol dire rosso e bianco, e basta. Gli allevatori distinguono al massimo l’aka-gachi sarasa, a prevalenza rossa, dal shiro-gachi sarasa, a prevalenza bianca.

Ne discende che “Sarasa Wakin” è un wakin rosso e bianco, che un wakin tutto rosso esiste ed è il su-aka (“rosso puro”), e che un “sarasa comet” — nome corrente in inglese, “cometa sarasa” da noi — è una cometa rosso e bianca: corpo snello, coda singola lunga e profondamente forcuta, niente a che vedere con la coda doppia del wakin. Il pesce venduto nei garden center come “sarasa” è, nella grande maggioranza dei casi, una cometa sarasa, non un wakin. Non è un problema — è un pesce altrettanto valido per il laghetto — ma sapere quale dei due si ha davanti aiuta a capire cosa aspettarsi.

Anche il “Ryukin Sarasa” di qualche listino non è un wakin: è un ryukin, a corpo tondo e dorso gibboso, con la livrea rosso-bianca. Il quadro delle forme è nella guida Le varietà di pesce rosso.

Come si riconosce

Visto di fianco un wakin è un pesce rosso comune: corpo allungato, fusiforme, appena compresso ai lati, testa senza escrescenze, occhi normali, bocca terminale priva di barbigli. Le pinne sono corte e proporzionate, la dorsale unica e alta. Le scaglie sono metalliche, lucide, non perlacee come nello shubunkin.

Il tratto che lo distingue è la coda. Nello standard giapponese il wakin ha una caudale corta, aperta e doppia, classificata in tre tipi: la mitsu-o a tre lobi, la yotsu-o a quattro lobi, con i lobi superiori e inferiori completamente separati, e la sakura-o, divisa solo in parte, a metà strada fra la coda semplice e la tripla. Gli esemplari a coda semplice, la funa-o (“coda di carassio”), si vendono come wakin a basso prezzo ma sono fuori standard: di fatto, pesci rossi comuni.

Vista dall’alto — come i giapponesi guardano tradizionalmente il pesce rosso, in vasche basse e opache — la coda si apre a ventaglio e la livrea rosso-bianca si legge come su una koi. Nell’esemplare di pregio il rosso è intenso, i confini fra le tinte netti, il bianco candido. Esistono anche wakin gialli, arancio, bianchi e, meno diffusi, calicò.

Distinguerlo da una cometa è questione di coda: singola, lunga anche quanto il corpo e a lobi appuntiti nella cometa; doppia, corta e a lobi arrotondati nel wakin. Distinguerlo da un fantail è questione di corpo: il fantail ha coda doppia ma corpo corto e tondeggiante. Fra i pesci rossi a coda doppia il wakin è l’unico che nuota davvero veloce.

Origine e storia

Il pesce rosso arriva in Giappone dalla Cina nel 1502, secondo la data tradizionale riportata dalle fonti giapponesi, sbarcando a Sakai, il porto mercantile vicino a Osaka, in piena epoca Muromachi. Per oltre un secolo resta un lusso per signori e mercanti ricchi; dalla selezione dei pesci a corpo lungo importati prende forma il wakin, considerato per questo la seconda varietà più antica dopo il pesce rosso comune.

È nel periodo Edo che il pesce rosso diventa popolare: con il calo dei prezzi, la pubblicazione dei primi manuali di allevamento nel Settecento e i venditori ambulanti che nei mesi caldi giravano le città con le tinozze, il pesce rosso si trasforma in un simbolo dell’estate giapponese. Il kingyo-sukui, il gioco delle feste in cui si pescano i pesci rossi con un retino di carta, usa ancora oggi quasi solo piccoli wakin. Il boom tocca il culmine fra il 1804 e il 1830.

I centri storici dell’allevamento sono ancora attivi: Yamatokōriyama, nella prefettura di Nara, che rivendica una tradizione di circa tre secoli, e Yatomi, nella prefettura di Aichi, dove si allevano wakin di selezione insieme alle varietà più pregiate. In Giappone il wakin è tuttora il pesce rosso per antonomasia: economico, robusto e, nella variante sarasa, anche bello.

Il Jikin, il parente stretto

Dal wakin discende una varietà molto meno nota fuori dal Giappone: il Jikin (地金), sviluppato nella regione di Nagoya. Ha lo stesso corpo del wakin, ma la coda doppia è compressa e aperta ad angolo così ampio che, vista da dietro, disegna una X; da qui il nome inglese di peacock tail goldfish, pesce rosso a coda di pavone. La livrea ideale, chiamata rokurin, i “dodici punti rossi”, vuole il corpo interamente bianco con il rosso limitato a labbra, opercoli e alle pinne: dodici punti in tutto, contando le pinne pari a coppie. È un pesce da collezionisti, quasi introvabile in Italia.

Quanto diventa grande e quanto vive

Un wakin si compra a 4–6 cm e cresce fino a 15–20 cm in acquario; in laghetto, con spazio, luce naturale e stagionalità, arriva comunemente a 25 cm e gli esemplari più vecchi superano i 30. La cometa sarasa raggiunge lunghezze totali simili, coda compresa.

La longevità realistica è di 10–15 anni, e gli esemplari ben tenuti in laghetto superano spesso i 20. Il record verificato per un pesce rosso è quello di Tish, un pesce rosso comune vinto a una fiera inglese nel 1956 e morto nel 1999, a 43 anni. Le cifre di 40 anni “in natura” che circolano per il sarasa non hanno riscontro: in natura il wakin non esiste.

Vale l’avvertimento che accompagna tutti i pesci rossi: in una vasca piccola il pesce non “resta piccolo e sta bene”. La crescita esterna rallenta, gli organi interni no: è una patologia da spazio, non un adattamento, e accorcia la vita.

Acquario o laghetto?

Il wakin è, insieme allo shubunkin e alla cometa, uno dei pesci rossi che dà il meglio all’aperto. La livrea sarasa si sviluppa più intensa sotto la luce solare, il corpo cresce con proporzioni corrette e l’inverno freddo prepara la riproduzione. In una vasca da giardino il wakin è un pesce da guardare dall’alto, come lo intendevano i giapponesi.

In acquario si può tenere, a condizione di dargli il volume che merita. Per un esemplare adulto si parte da 200 litri netti, con un fronte vasca di almeno un metro, perché il wakin nuota in linea retta e ha bisogno di lunghezza; per un gruppo di tre o quattro pesci si sale a 400 litri. Le vasche da 30–60 litri vendute come “acquario per pesci rossi” non sono adatte a nessun pesce rosso.

La boccia non è un’opzione, e non solo per motivi tecnici: è vietata dai regolamenti per la tutela degli animali di diversi comuni italiani, fra cui Monza e Roma, e può rientrare nei maltrattamenti previsti dalla L. 189/2004.

Allestimento della vasca

Il fondo va in sabbia o ghiaia a grani arrotondati: il wakin grufola di continuo e i grani spigolosi feriscono. Arredi lisci, disposti lungo i lati per lasciare libera una corsia centrale di nuoto; niente bordi taglienti, niente plastica rigida.

Le piante hanno vita difficile, fra sradicamenti e bocconi. Reggono le specie coriacee ancorate a legni o rocce — le Anubias e la felce di Giava, Microsorum — mentre le piante tenere a crescita rapida come l’Egeria e il Ceratophyllum vanno messe sapendo che verranno consumate. Le piante da appartamento che qualche vecchia guida consiglia, lo spatifillo su tutte, sommerse marciscono.

La tecnica conta più dell’estetica: filtrazione sovradimensionata rispetto al litraggio e maturata biologicamente prima dell’inserimento dei pesci; ossigenazione abbondante, con buon movimento di superficie; cambi settimanali del 25–30% con acqua trattata con biocondizionatore. In poca acqua i valori precipitano in pochi giorni. La vasca va coperta: il wakin salta, soprattutto durante la frega. L’illuminazione è indifferente al pesce e serve alle piante; attenzione al sole diretto sulla vasca, che d’estate scalda l’acqua oltre il tollerabile.

In laghetto

Perché il wakin possa svernare all’aperto il bacino deve essere profondo più di un metro, meglio 1,2 m, in modo che sul fondo l’acqua resti intorno ai 4 °C anche con la superficie ghiacciata. Sotto gli 8 °C il metabolismo rallenta e i pesci smettono di alimentarsi: da quel momento non si somministra più cibo fino alla primavera, e si riprende gradualmente quando l’acqua supera stabilmente i 10–12 °C. Un laghetto da 800–1.000 litri è il minimo sensato per un piccolo gruppo.

Quando la superficie ghiaccia serve mantenere un punto aperto per lo scambio gassoso, con un aeratore o un antighiaccio galleggiante. Non si rompe il ghiaccio a colpi: l’onda d’urto può uccidere i pesci in torpore. Se il laghetto è troppo basso, i pesci passano l’inverno in una vasca al riparo dal gelo ma fredda, senza riscaldarla.

D’estate il rischio si rovescia: l’acqua calda contiene meno ossigeno e un bacino poco profondo ed esposto al sole diventa pericoloso nelle giornate afose. Ombreggiatura, piante galleggianti e un getto che smuova la superficie risolvono quasi sempre. Anche in laghetto filtrazione e ossigenazione servono: l’idea che all’aperto i pesci “si adattino da soli” vale per uno stagno naturale di decine di metri cubi, non per una vasca da giardino.

Una regola non negoziabile: un wakin non va mai liberato in un fiume, in un canale o in un lago. Il carassio dorato è una specie alloctona che in molti bacini si è dimostrata invasiva, e in Italia l’immissione in natura di specie non autoctone è vietata dall’art. 12 del DPR 357/1997. Se non si può più tenere un pesce, si cerca chi lo prenda.

Temperatura e parametri

La fascia di benessere sta fra i 15 e i 24 °C. È un pesce d’acqua fredda: non va riscaldato, e il problema in casa è semmai l’estate, quando l’acqua supera i 26–28 °C e l’ossigeno scarseggia. Il termometro serve per accorgersi del caldo.

La tolleranza al freddo è ottima, ma vale per variazioni lente, di pochi gradi al giorno. Uno sbalzo rapido è pericoloso quanto un valore estremo, in entrambe le direzioni. I limiti “da 0 a 38 °C” di qualche scheda descrivono la sopravvivenza, non un intervallo in cui allevare il pesce; oltre i 30 °C un wakin è in difficoltà.

Il pH va tenuto fra 7 e 8, neutro o leggermente alcalino, con durezza da media ad alta: acqua dura e alcalina, appunto, non “dura e leggermente acida”, che è una contraddizione. I nitriti devono stare a zero, i nitrati bassi e tenuti giù con i cambi. Gradisce l’acqua mossa e ben ossigenata e, a differenza delle varietà a corpo tondo, non è affaticato da una corrente decisa.

Compagni di vasca

Il wakin è pacifico e gregario: va tenuto in gruppo, da tre o quattro esemplari in su. Non è aggressivo con nessuno, ma è rapido e vorace, e il criterio per scegliere i coinquilini è la velocità a tavola.

Sta bene con le altre varietà a corpo lungo — pesce rosso comune, cometa e cometa sarasa, shubunkin, canarino — e in laghetto con le carpe koi, che hanno esigenze identiche. Non va messo con le varietà a corpo tondo: ryukin, fantail, oranda, testa di leone, e tanto meno telescopio e Bubble Eye, che vedono male o hanno strutture fragili. Il problema non è la violenza: è che a fine pasto hanno mangiato solo i wakin.

In vasche capienti convivono senza problemi i Rhodeus e i cobitidi del genere Misgurnus. I Tanichthys sono compatibili per parametri ma abbastanza piccoli da finire in bocca a un wakin adulto. Gamberetti e lumache piccole sono cibo.

Tutte le varietà di pesce rosso appartengono alla stessa specie e si incrociano liberamente: un laghetto misto produce avannotti meticci di forma intermedia, non “nuove specie”, e quasi sempre di scarso valore ornamentale. Chi vuole riprodurre il sarasa wakin lo tiene separato.

Alimentazione

Onnivoro con netta tendenza vegetariana, il wakin accetta tutto. La base della dieta è un mangime specifico per pesci rossi, in fiocchi, granuli o stick, non un mangime tropicale generico: il rapporto fra proteine e fibra è tarato in modo diverso. In laghetto gli stick galleggianti sono il formato più comodo, e a differenza delle varietà a corpo tondo il wakin non ha problemi di vescica natatoria con il cibo in superficie.

Le razioni vanno piccole e frequenti, due o tre al giorno, ognuna finita in un paio di minuti. Il pesce rosso non ha un vero stomaco e non conosce sazietà: la sovralimentazione è l’errore più comune. Un giorno di digiuno alla settimana non fa male.

La quota vegetale va integrata sul serio: piselli sbollentati, zucchine, spinaci, lattuga. Dafnie, artemia e chironomus vanno bene come extra, meglio congelati che vivi. In laghetto la dieta si completa da sola con larve di zanzara, piccoli crostacei e alghe. In autunno, sotto i 12–15 °C, si passa a un mangime invernale a base di germe di grano, più digeribile a metabolismo lento, e poi si sospende del tutto.

Riproduzione

Come tutti i pesci rossi il wakin è oviparo, prolifico e privo di cure parentali, e non forma coppie. Nonostante la coda doppia — che nelle varietà fancy si accompagna a molti avannotti malformati — si riproduce con facilità e i piccoli sono robusti.

L’innesco è stagionale. In laghetto la frega parte in primavera, quando l’acqua supera stabilmente i 16–18 °C dopo il periodo freddo; in vasca si imita il ciclo tenendo i pesci al fresco per qualche settimana e risalendo poi lentamente fino ai 20–23 °C. Il maschio in condizione mostra i tubercoli nuziali, piccoli puntini biancastri su opercoli e primi raggi delle pettorali, e insegue la femmina spingendola contro le piante; la femmina carica di uova appare più tozza e asimmetrica vista dall’alto. Il corteggiamento dura da qualche ora a un paio di giorni ed è molto fisico: la vasca da riproduzione va allestita con piante morbide e fitte, o con un mop di lana acrilica, e senza spigoli.

Le uova sono adesive, deposte a più riprese fra la vegetazione e fecondate esternamente; una femmina di buona taglia ne emette da qualche centinaio a diverse migliaia, in proporzione al peso. Finita la frega i genitori vanno tolti, o le uova spostate altrove: divorano tutto quello che trovano. In laghetto una zona fitta di piante sommerse — Ceratophyllum, Egeria, Vallisneria — dà a qualche avannotto il rifugio che serve.

La schiusa avviene in 4–7 giorni a seconda della temperatura. Gli avannotti assorbono il sacco vitellino per un paio di giorni, poi vanno nutriti con infusori e polveri finissime e, dopo pochi giorni, con naupli di artemia più volte al giorno. Sono bruno-olivastri alla nascita, il colore del carassio selvatico: il rosso compare nel giro di settimane o mesi, con tempi che dipendono da genetica, alimentazione e luce, e il disegno sarasa definitivo si giudica solo verso il primo anno. È qui che l’allevatore seleziona coda, corpo e colore; gli scarti sono comunque ottimi pesci da laghetto. La maturità sessuale arriva intorno a uno o due anni.

Problemi di salute più frequenti

Il wakin non ha le fragilità strutturali delle varietà fancy: niente occhi sporgenti, niente organi compressi. Quasi tutto quello che si ammala ha una causa ambientale, e la prima cosa da controllare in un pesce che sta male non è il pesce ma l’acqua.

I problemi ricorrenti sono la malattia dei puntini bianchi (ichthyophthiriasis), tipica dopo uno sbalzo termico o l’inserimento di un pesce nuovo senza quarantena; le infezioni batteriche di pelle e pinne, con bordi sfrangiati e arrossati, quasi sempre legate a nitriti presenti o nitrati alti; gli attacchi fungini su ferite già esistenti; e i parassiti esterni della pelle e delle branchie. In laghetto il momento delicato è la primavera, quando i pesci escono debilitati dall’inverno.

I segnali si leggono nel comportamento: un pesce isolato, con le pinne serrate, che respira in fretta o resta in superficie sta segnalando un problema, e un cambio d’acqua parziale è quasi sempre il primo intervento giusto. Gli antibiotici sono medicinali soggetti a prescrizione veterinaria e non si versano in vasca a occhio; il blu di metilene è un antifungino utile sulle uova, non un prodotto che “abbassa” nitriti o nitrati. Non esistono vaccinazioni per i pesci rossi domestici.

Una nota sulla livrea: nel sarasa il rosso può sbiadire o estendersi con l’età, la stagione e la luce, e un pesce che d’inverno appare più pallido non è malato. Meritano attenzione le macchie nuove, biancastre e in rilievo, e le chiazze arrossate alla base delle pinne.

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